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F di fragola, fata, film, figli, futuro, finalmente, fare, forse, forza, falò, fame, fato, fico… Quante parole iniziano con la lettera effe? Nomi comuni, verbi, una preposizione; e di nomi propri, quanti ce ne sono? Parecchi. Tra questi, anche Ferena. Sì, Ferena con la effe di Firenze, come mi tocca precisare. Chi ascolta tenta la correzione ribattendo: Serena?
«No, no, nulla a che vedere con Serena. Il mio nome è Ferena, Fe-re-na».


Mi chiamo Ferena Lenzi, ho la maturità classica e, incidentalmente, una laurea in Giurisprudenza sfociata nell’abilitazione all’esercizio della professione forense. Nei fatti, mi occupo di comunicazione da molti più anni di quanti non ne abbia trascorsi nelle aule dei tribunali. Sono freelance e vivo a Treviso.

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In questa pagina, parlo di me, di ciò che mi appassiona e incuriosisce. Naturalmente, se rimani, mi fa piacere!]

Scrivo
La parola scritta trascende il tempo. È una sorta di eredità. Uno strumento estremamente duttile, incantatorio, potente, che lascia tracce. Trovo affascinante che le parole siano a disposizione di chiunque e che, se ben usate, possano creare mosaici di altissimo pregio, trasferire conoscenza, far emozionare, spingere ad agire.
Scrivo sempre per qualcuno che legge. Dietro lo scavo del significato delle parole, c’è attenzione per tutto ciò che è umano, per ogni espressione dell’essere. Per questo, il mio pensiero va a quel lettore: lo metto in condizione di comprendere il testo? Gli complico la vita con periodi troppo lunghi o con un linguaggio eccessivamente specialistico?
Soprattutto, lo arricchisco di qualcosa? Scrivere significa pormi domande, conoscere il peso delle accezioni, ampliare il numero di vocaboli usati, scalfire la superficie. La scrittura deve essere un omaggio, portare a una trasformazione nel lettore, rispettare la sua intelligenza.

Osservo
Al liceo, gli amici mi davano di gomito quando rimanevo assorta a guardare qualcuno o qualcosa, alla fermata dell’autobus o, qualche anno dopo, in treno verso l’università. Il cellulare non si usava: avevamo tutti più tempo di guardarci intorno e lasciare correre l’immaginazione. Negli anni, ho imparato a dissimulare la curiosità ma mi è rimasta la capacità di osservazione. È una questione di empatia. Di sensibilità. Qualcuno la chiamerebbe intelligenza emotiva. Qualsiasi nome essa abbia, è una predisposizione a captare sfumature, emozioni, tensioni, segnali. Un’opportunità che mi aiuta nelle relazioni e, molto, nel lavoro. La declinazione di osservare che più mi piace è fotografare. Un’attività che mi consente di posare lo sguardo e prendere tempo per assaporare l’inaspettato.

Mi contamino
Chi fa il mio lavoro deve nutrirsi continuamente, viaggiare, ascoltare, lasciarsi contagiare da libri, film, paesaggi, incontri, sguardi, tendenze. Rimanere curiosa, aprirmi al dialogo e far riverberare dentro di me quanto accade fuori, mi consente, quando scrivo, di attingere a una maggiore varietà di immagini, suoni, esperienze. Ciò che ho vissuto, quanto leggo, osservo, assaggio, apprezzo, le competenze acquisite in tanti anni di attività professionale, le emozioni da cui mi faccio attraversare, sono il background, il retroterra (personale e, in quanto tale, unico), con cui mi avvicino al cliente e che metto a disposizione quando il suo progetto diventa anche mio.