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12 Febbraio 2018

Pierfrancesco Favino e la forza delle parole

Comunicazione, Copywriting, Letture

barca

Sono innamorata della parola, la sento forte, seducente, capace di abbattere barriere e avvicinare le persone. Scrivo e leggo tutto il giorno, eppure uno dei miei rammarichi più grandi è di non riuscire a scrivere e leggere quanto e come vorrei. Quando leggo gli autori di cui mi innamoro, mi seducono le costruzioni delle loro frasi, mi perdo dentro la scelta dei vocaboli e dei rispettivi contenuti espressivi, sento fin dentro la pancia la capacità di evocare immagini e suoni: sottolineo periodi, metto segni tra le pagine più potenti – convinta di poter un giorno andare a ripescare lo stesso passaggio e rivivere le medesime emozioni, rifletto sulla bravura mai abbastanza riconosciuta dei traduttori, e quasi patisco la bellezza della scrittura, in un misto di ammirazione, malinconia, desiderio.

Capita che le parole, così forti, così capaci, diventino suono. Non quello della lettura intima, silenziosa, sussurrata che ciascuno di noi compie, ma il suono della parola interpretata, scaldata, modulata dalla voce di un attore.

Poco importa che le parole siano risuonate all’interno di una kermesse musicale che ho guardato, a spizzichi, per curiosità, decisamente meno per interesse: il Festival di San Remo. Non è alla televisione, infatti, che le ho ascoltate bensì in rete, nelle interazioni esplose a milioni, rimbalzate di bacheca in bacheca.

Mi riferisco alle parole tratte da La nuit juste avant les forêts, atto unico scritto nel 1977 dal drammaturgo e regista francese Bernard-Marie Koltès, lette in un intenso monologo da Pierfrancesco Favino, appunto al Festival.

Il brano racconta la storia di uno straniero, non dà risposte, parla della ricerca di un posto in cui sentirsi finalmente a casa e dell’impossibilità di raggiungerlo. Urla il bisogno di fermarsi, di sdraiarsi sull’erba, di parlare e di essere ascoltato.

Sentito in rete il monologo, ho cercato le parole, quelle scritte.

Pulite, dirette, forti.

Eccole.

La notte poco prima della foresta

Bisognerebbe stare dall’altra parte senza nessuno intorno, amico mio
quando mi viene di dirti quello che ti devo dire, stare bene tipo sdraiati sull’erba, una cosa così
che uno non si deve più muovere con l’ombra degli alberi.
Allora ti direi: ‘qua ci sto bene, qua è casa mia, mi sdraio e ti saluto’.
Ma qua, amico mio, è impossibile, mai visto un posto dove ti lasciano in pace e ti salutano.
Ti dobbiamo mandare via, ti dicono, vai là, tu vai là
vai laggiù, leva il culo da là
e tu ti fai la valigia, il lavoro sta da un’altra parte,
sempre da un’altra parte che te lo devi andare a cercare,
non c’è il tempo per sdraiarsi e per lasciarsi andare, non c’è
il tempo per spiegarsi e dirsi ‘ti saluto’.
A calci in culo ti manderebbero via, il lavoro sta là, sempre più lontano, fino in Nicaragua.
Se vuoi lavorare, ti devi spostare, mai che puoi dire ‘questa è casa mia e ti saluto’
tanto che io quando lascio un posto ho sempre l’impressione che quello sarà casa mia,
sempre di più di quello in cui vado a stare.
Quando ti prendono a calci in culo di nuovo, tu te ne vai di nuovo
là dove te ne vai sei sempre più straniero, sempre meno a casa tua.
E quando ti prendono a calci in culo, tu te ne vai di nuovo
quando ti giri a guardarti indietro, amico, è sempre il deserto.
Fermiamoci una buona volta e diciamo ‘Andate a fanculo’
io non mi sposto più, voi mi dovete stare a sentire
se ci sdraiamo una buona volta sull’erba e ci prendiamo tutto il tempo
che tu racconti la tua storia, quelli venuti dal Nicaragua
che ci diciamo che siamo tutti, più o meno stranieri
ma che adesso basta, stiamo a sentire, tranquilli, tutto quello che ci dobbiamo dire
allora sì che capisci che a loro non gliene frega un cazzo di noi.
Io mi sono fermato, ho ascoltato, mi sono detto: ‘Io non lavoro più’
finché non ve ne frega un cazzo di me.
A che serve che quello del Nicaragua viene fino qua e che io vado a finire laggiù
se da tutte le parti la stessa storia.
Quando ho lavorato ancora, ho parlato a tutti quelli presi a calci in culo che sbarcano qua
per trovare lavoro e loro mi sono stati a sentire.
Io sono stato a sentire quelli del Nicaragua che mi hanno spiegato com’è da loro
Laggiù c’è un vecchio generale, che sta tutto il giorno e tutta la notta al bordo di una foresta
gli portano da mangiare perché non si deve spostare
che spara su tutto quello che si muove
gli portano le munizioni quando non ce ne ha più.
Mi parlavano di un generale coi suoi soldati che circondano la foresta
tutto quello che si muove diventa un bersaglio
tutto quello che compare al bordo della foresta
tutto quello che notano che non c’ha lo stesso colore degli alberi
e che non si muove allo stesso modo
Io sono stato a sentire tutto questo e mi sono detto che da tutte le parti è la stessa cosa
più mi faccio prendere a calci in culo e più sarò straniero
loro finiscono qua e io finirò laggiù
laggiù dove tutto quello che si muove sta nascosto nelle montagne
Io ho ascoltato tutto questo e mi sono detto: “Io non mi muovo più, se non c’è lavoro non lavoro
se il lavoro mi deve far diventare matto e mi devono prendere a calci in culo, io non lavoro più
Io voglio sdraiarmi, una buona volta, voglio spiegarmi, voglio l’erba
l’ombra degli alberi, voglio urlare, voglio poter urlare, anche se poi mi sparano addosso.
Tanto è quello che fanno. Se non sei d’accordo, se apri la bocca,
ti devi nascondere in fondo alla foresta. Ma allora meglio così
almeno ti avrò detto quello che ti devo dire.

Photo credits: Ferena Lenzi

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